Festa della Donna. Ma manca l’uguaglianza

Discriminazioni lavorative, rischio per la sicurezza e altro ancora. Dopo oltre un secolo dalla nascita dell'8 marzo, la donna si trova ancora in un ruolo subalterno

07 marzo 2016
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L’8 marzo, come ogni anno, quasi ogni uomo si ricorderà di regalare un mazzo di mimosa alla propria moglie, fidanzata, ragazza, alle donne della sua famiglia. Un rito che ha un significato positivo, perché regalare dei fiori a una donna è sempre un gesto che contiene in sé una bellezza romantica senza eguali.

Vale la pena però riflettere su cosa significhi partecipare veramente alla Festa della Donna, andando a verificare se i motivi per cui questa giornata, all’inizio del Novecento, venne istituita (la prima celebrazione risale ad oltre un secolo fa) sono stati portati avanti, se la battaglia per l’emancipazione della donna oggi si possa dire se non conclusa, almeno verso la meta finale.

Purtroppo, secondo i dati riportati dai diversi mass media, in Europa esiste ancora una sostanziale “discriminazione” tra uomo e donna, soprattutto in ambito lavorativo.

E’ quanto emerge dai dati Eurostat diffusi in occasione dell’8 marzo.

“In media nell’Ue una donna a pari mansioni di un uomo guadagna il 16,1% in meno (cifre 2014): i paesi che più discriminano sono Estonia (28,3%), Austria (22,9%), Repubblica ceca (22,1%), Germania (21,6%) e Slovacchia (21,1%). L’Italia è invece tra i ‘primi della classe’, con una differenza di stipendio tra uomo e donna solo del 6,5%, terza dietro Slovenia (2,9%) e Malta (4,5%), e seguita da Polonia (7,7%), Lussemburgo (8,6%) e Belgio (9,9%)” si legge.

“Le donne lavorano inoltre molto più part-time che gli uomini, e più hanno figli più aumentano i part-time: la media Ue registra il 20% di donne che lavorano a tempo parziale, percentuale che sale al 31,% con un figlio, a 39,2% con due e a 45,1% con tre o più. Per gli uomini, invece, è dell’8,2% per chi è senza figli, e scende a 5,1% con un figlio, 4,8% con due mentre sale a 7% con tre o più. L’Italia si situa sopra la media Ue ma in posizione intermedia, con 27,8% per le donne senza bambini, al 35,7% con uno, al 42,1% con due e al 45,1% con tre o più. I Paesi in cui è più alta la correlazione donna-madre-riduzione del tempo di lavoro sono la Germania (25,3% di part-time per le tedesche senza figli, che schizza a 59,4% quelle con un figlio, 74,6% con due, 77,8% con tre o più), poi Austria (rispettivamente 28,9%, su a 57,8%, 73,1% e 73,2%), Gran Bretagna (16,3%, poi 44,5%, 58,2% e 62%) e Olanda (53,6%, e su a 78,7%, 86,1%, e 87,3%)”.

Questo per quanto riguarda l’ambito lavorativo. Teniamo conto invece di quanto sia difficile per una donna vivere in maniera sostanziale le stesse libertà di un uomo. Forse rischiamo di scadere nel banale,  nello scontato, eppure la realtà è così: le “imposizioni sociali”, ancora oggi, tendono a relegare le donne, nella mentalità comune, ad un ruolo subalterno. Per una donna è più pericoloso andare in giro la sera, il rischio di aggressioni è molto più elevato.

Questi sono dati di fatto.

Se guardiamo le convenzioni sociali, ancora peggio. Se un uomo “rimorchia” una donna non viene trovato socialmente sconveniente, se una donna “ci prova” con un uomo molto spesso si scontra con una mentalità comune, ancora gretta e anacronistica, per cui rischia di essere considerata una “facile”. Piccole cose, sicuramente meno rilevanti rispetto a quelle legate alla sicurezza o alla discriminazione lavorativa. Ma anche queste fanno capire come una sostanziale uguaglianza sia ancora molto lontana.

E che bisogna lavorare per rendere il nostro Paese, la nostra comunità europa, un luogo che sia veramente faro di una vera civiltà.

Marco Tavazzi

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