Abbiamo le mani sporche di sangue. Perché siamo deboli e codardi

I morti di Parigi sono anche sulla nostra coscienza. Perché da cittadini europei cosa abbiamo fatto in questi anni per evitare di arrivare a questo punto?

15 novembre 2015
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Parigi attacco

Ti svegli una mattina e non sai che quello potrebbe essere l’ultimo giorno della tua vita.

Ti alzi, fai colazione, vai in bagno e ti lavi i denti.

Ti vesti, metti le scarpe ed esci. Compi i gesti quotidiani cui sei abituato, porti avanti la tua esistenza tra le mille difficoltà che comporta costruirsi una vita in un mondo sempre in trasformazone, che rende l’uomo sempre più merce di scambio e non essere umano membro di una comunità.

Passi la giornata seguendo i soliti automatismi. Poi arriva la sera e forse riesci a trovare una distrazione, uno sfogo. Qualcosa che rompa la monotonia. E poi via a letto, dormire e, dalla mattina successiva, ricominciare tutto da capo.

In questo lasso di tempo, in qualunque momento della tua quotidianità, si può morire.

La cosa che mi ha ghiacciato il sangue nelle vene è stata vedere il volto di Valeria Solesin nella foto che tutti i giornali hanno pubblicato. Valeria, 28 anni, era con il fidanzato a un concerto. Valeria aveva la vita davanti e l’amore al suo fianco, ed è morta perché qualcuno ha deciso che bisognava far scorrere sangue nelle strade di Parigi.

Nei momenti in cui Valeria moriva io ero a Varese, insieme ad amici, in un locale, ignaro di tutto. Avrei saputo solo dopo degli attentati, grazie a Facebook, che mi ha segnalato che due amici che vivono a Parigi avevano confermato di stare bene. Quella notte ho scritto degli attentati fino alle 4.30. Articoli di cronaca, un crudo resoconto dei fatti. Questo è il lavoro di un giornalista. Ma arriva il momento in cui chi ha scelto la professione di scrivere deve andare oltre alla semplice cronaca, deve analizzare, dire la sua.

Oggi, domenica, è il momento di ragionare con una certa lucidità, anche se essere lucidi è difficile.

Pensando alle vittime di Parigi, non posso non sentirmi in parte colpevole. Perché mi chiedo come cittadino del mondo occidentale, nel quale fermamente credo per i suoi valori di democrazia, libertà e uguaglianza, come europeo, come italiano, come varesino, mi chiedo cosa avrei potuto fare per evitarlo. Sento la loro morte come un peso sulla coscienza. Cosa avrei potuto fare? Io, da solo, sicuramente niente. Noi, varesini, italiani, europei, come comunità, forse avremmo potuto fare molto.

Perché se ci sono terroristi che scorrazzano armati tranquillamente per le strade di Parigi ieri, e domani forse, come ha minacciato l’Isis, scorrazzeranno per le strade di Londra e Roma, non possiamo non averne colpa.

Ne abbiamo colpa perché abbiamo rinunciato da tempo a difenderci.

Ne abbiamo colpa, perché nonostante le imperfezioni del nostro sistema, viviamo in una democrazia e siamo noi che continuiamo, con il nostro voto, a perpetrare gli errori di sempre, impedendo e non volendo reali cambiamenti.

Perché sappiamo solo lamentarci e non far sentire la nostra voce quando è il momento. E per far sentire la nostra voce, occorre fare squadra, essere uniti. Una cosa che, soprattutto noi italiani, siamo incapaci di fare.

Abbiamo le mani sporche di sangue.

Perché da decenni avalliamo le politiche americane in Medioriente, reali responsabili della destabilizzazione in quell’area, che hanno portato alla crescita del fondamentalismo e del terrorismo.

Abbiamo le mani sporche di sangue.

Perché dietro il falso buonismo del rispetto di altre culture, che in alcuni casi non rispettano la nostra, abbiamo rinunciato a rispettare noi stessi, la nostra cultura, i nostri diritti, la nostra libertà.

Abbiamo le mani sporche di sangue.

Perché da “bravi italiani” ci indigniamo al bar, urliamo con gli amici e parliamo a vuoto di rivoluzione e di cambiare le cose, ma eleggiamo costantemente la stessa classe politica, riciclata anche sotto nuovi simboli, da decenni. Classe politica incapace e inetta a portare avanti reali politiche

Abbiamo le mani sporche di sangue.

Perché abbiamo paura a pronunciare, oggi, l’unica parola che rappresenta la realtà, nella quale stiamo vivendo. Guerra. Siamo in guerra, anche per colpa nostra. Ma ormai ne siamo dentro. E non finirà con le marce della pace, con i fiori, o listando bandiere a lutto per pochi giorni.

Siamo in guerra.

E una guerra o la si vince o la si perde. Ma se la si vuole vincere, per la libertà dei nostri figli e soprattutto delle nostre figlie (tenendo conto della condizione della donna nel mondo islamico), bisogna iniziare a combattere.

E invece no. Dopo le lacrime di coccodrillo di questi giorni, ognuno tornerà velocemente con la testa sottoterra come uno struzzo.

Marco Tavazzi

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