Referendum sulle trivelle: si vota il 17 aprile

Niente accorpamento con le elezioni, ma regna la confusione

29 febbraio 2016
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Trivelle

Nei giorni scorsi il capo dello Stato Sergio Mattarella ha firmato il decreto per svolgere il referendum popolare anti trivelle.

Pertanto nessun election-day con le amministrative, che avrebbe fatto risparmiare 350 milioni di euro, ma soprattutto avrebbe favorito una maggiore partecipazione dei cittadini alle urne: d’altronde, la legge 98/2011 impedisce accorpamenti del genere.

I quesiti referendari proposti erano in tutto sei. Inizialmente la Cassazione aveva accolto tutti i referendum proposti dalle dieci regioni, scese poi a nove per il ritiro della Regione Abruzzo: successivamente il governo, nella legge di Stabilità, ha introdotto una serie di modifiche che hanno ribadito il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia. Pertanto la Cassazione ha valutato di nuovo i quesiti proposti e ha ritenuto ammissibile solo il sesto.

L’unico quesito ammesso nello specifico riguarda l’abrogazione della norma che prevede che le concessioni ed i permessi di estrazione rilasciati precedentemente, entro le dodici miglia in mare, siano validi sino all’esaurimento del giacimento. Ad oggi comunque non sarà più possibile iniziare alcun procedimento estrattivo entro le 12 miglia, infatti il quesito tocca solo le concessioni in essere.

“Non accorpare i referendum alle amministrative è una pura follia” ha dichiarato Michele Emiliano , presidente della regione Puglia e capofila di questa battaglia referendaria promossa dalle regioni. Mentre il consigliere dell’Emilia Romagna Gianni Bessi ha definito il referendum come il referendum della disoccupazione, augurandosi che non si raggiunga il quorum.

Ad ingarbugliare ulteriormente la vicenda sono i ricorsi promossi dalle regioni innanzi alla Corte Costituzionale sui conflitti di attribuzione. La suprema corte, il 9 marzo, dovrà essere chiamata a dirimere l’ammissibilità dei conflitti di attribuzione su due quesiti, esclusi dalla Cassazione a gennaio, sempre relativi alle norme di trivellazione. Qualora la Corte dovesse dare ragione alle regioni si dovrebbe passare alla fase di merito e non ci sarebbero più i tempi tecnici per sottoporre a referendum i restanti due quesiti che riguardano il piano delle aree, ovvero che le regioni vengano coinvolte nello strumento di pianificazione delle trivellazioni, e il coinvolgimento sempre delle regioni nella durata delle concessioni di sfruttamento sulla terraferma.

Mentre la palla viene rimbalzata fra Cassazione, Corte Costituzionale, Governo e Regioni i cittadini sono informati poco e male. E l’Italia più che la patria del diritto sembra il regno della confusione.

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