“Renzi incassa il Tfr pagato con soldi pubblici”. Denunciato dall’associazione antiracket Sos Italia Libera

05 agosto 2015
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“Aveva detto che avrebbe rinunciato a quel Tfr, pagato quasi interamente con soldi pubblici. Ma alla fine, a quanto apprendiamo dalla stampa, lo ha incassato lo stesso. Quindi non possiamo fare altro. Lo abbiamo denunciato. Se un cittadino sbaglia, deve andare sotto processo, anche se è il presidente del Consiglio”. 

Paolo Bocedi, presidente dell’associazione antiracket Sos Italia Libera, attiva a livello nazionale ma con sede a Varese (il vicepresidente è Andrea Badoglio), ha depositato nei giorni scorsi, una denuncia alla Stazione dei Carabinieri di Saronno, nei confronti del premier Matteo Renzi.

Il caso è quello riportato da numerosi giornali, tra cui il Fatto Quotidiano (il cui articolo è allegato alla denuncia): il premier avrebbe incassato il Trattamento di fine rapporto di 48.000 euro lordi circa, per il periodo tra il 2004 e il 2014, quando, subito dopo essere stato assunto dall’azienda di famiglia, era diventato prima presidente della Provincia di Firenze e poi sindaco di Firenze, mettendosi in aspettativa.

“Matteo Renzi alla fine ha portato a casa il suo tfr, trattamento di fine rapporto. Un tesoretto che, secondo le stime de Il Fatto, dovrebbe aggirarsi sui 48mila euro – si legge nell’articolo a firma di Marco Lillo – soldi versati dalla Provincia e dal Comune (cioè dai contribuenti) di Firenze negli anni 2004-2014. Da più di un anno, sono stati liquidati dalla società della famiglia Renzi al suo ex dirigente in aspettativa e sono sul conto corrente del premier. Il dato è contenuto nel bilancio della società (controllata dalle sorelle Matilde con il 56% e Benedetta con il 36% e dalla mamma Laura con l’8%) depositato da poco. Il Fatto ha raccontato come Renzi abbia costruito insieme con i suoi familiari questo tesoretto e un’invidiabile anzianità pensionistica”.

In pratica, nel 2003 Renzi venne assunto, poco prima di essere candidato presidente della Provincia, nell’azienda di famiglia. Dopo una cessione del ramo d’azienda, il Tfr del premier venne “salvato”, sempre secondo quanto racconta il Fatto, in un’altra azienda sempre della famiglia Renzi.

Non grazie a un decennio di sudato lavoro, ma in forza di scelte furbe: l’assunzione nell’azienda di famiglia 12 anni fa, alla vigilia della candidatura alla Provincia, poi la cessione del ramo d’azienda da parte del padre alla mamma nel 2010, con il salvataggio del tfr di Matteo in un’altra società di famiglia, mentre il resto dell’impresa è poi fallita nel 2013 a Genova. Infine il bel gesto delle dimissioni all’inizio del 2014, dopo che la storia era stata scoperta dal Fatto, con l’incasso dell’intera somma.

“Renzi il 28 ottobre 2003 è stato candidato dal suo partito di allora alla presidenza della Provincia di Firenze. Un giorno prima, il 27 ottobre, l’allora segretario provinciale della Margherita è stato assunto dall’azienda di famiglia, Chil Post Srl che, per anni, lo aveva mantenuto nella posizione di collaboratore coordinato e continuativo (pagato 18mila euro lordi nel 2003). Matteo Renzi era anche socio – con il 40% delle quote – della Chil e, il 17 ottobre 2003 (evitando così di farsi assumere in una società di sua proprietà), ha ceduto le quote alla madre, mentre la sorella Benedetta ha venduto le sue al babbo Tiziano. Dieci giorni dopo, l’ex socio Matteo è diventato unico dirigente della Chil Post”.

“Così il presidente della Provincia – continua l’articolo – eletto nel giugno del 2004 (e poi il sindaco di Firenze) ha diritto al versamento dei contributi da parte dell’ente locale ai fini della pensione e del tfr. Solo per otto mesi, da ottobre 2003 a giugno 2004, i contributi per Matteo sono stati pagati dalla sua famiglia, poi, per 10 anni, solo dai contribuenti fiorentini. Dopo che Il Fatto scopre lo scandalo, Renzi decide di dare le dimissioni dalla Eventi 6 nei primi mesi del 2014. Un gesto del quale gli abbiamo dato atto che, però, porta con sé questo “effetto collaterale” favorevole per le tasche del premier. Mentre Renzi impone ai giovani di rinunciare alle garanzie dell’articolo 18, beneficia di un tesoretto costruito grazie all’uso furbo dell’articolo 31 dello stesso Statuto dei lavoratori”.

La Procura di Firenze ha chiesto l’archiviazione del caso. E qui arriva la denuncia dell’associazione Sos Italia Libera. “Abbiamo chiesto al giudice di non archiviare e proseguire con le indagini – spiega Giampaolo Cicconi, avvocato che assiste il presidente Paolo Bocedi – vedremo quale sarà la decisione. E nel caso si andasse avanti, come in altri casi, chiederemo di costituirci parte civile”.

L’accusa ipotizzata nell’esposto, come sottolinea lo stesso Bocedi, “è quella di truffa”.

La denuncia

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