Chiusura Poste, 400 firme per salvare l’ufficio di Velate

L'ufficio del rione di montagna verrà ridimensionato, con il dimezzamento dei giorni di apertura. Una petizione di cittadini chiede di impedirlo. In campo i consiglieri Mirabelli, Galparoli e Nicoletti

09 marzo 2015
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Quattrocento firme per salvare le Poste di Velate. E chiedere al Comune di intavolare una discussione con l’azienda.

I consiglieri comunali Fabrizio Mirabelli (PD), Piero Galparoli (FI), Alessio Nicoletti (Movimento Libero),  nei mesi scorsi, hanno avviato un viaggio all’interno della città che li ha portati a incontrare i cittadini già in parecchi rioni e castellanze, come San Fermo, Valle Olona, Belforte, Bustecche.

L’ambizioso obiettivo che condividono è quello di dimostrare, insieme, che esiste una buona Politica, contribuendo a restituire ai cittadini la fiducia nelle istituzioni.

Proseguendo in questa loro iniziativa congiunta, oggi, i tre consiglieri, su richiesta di molti abitanti, si sono recati a Velate presso l’ufficio postale.

Tale ufficio, infatti, è interessato dal piano di riorganizzazione aziendale previsto da Poste italiane Spa (che prevede la chiusura di 7 uffici e la riduzione dei giorni di apertura di 15 uffici in provincia di Varese), secondo il quale passerebbe da 6 giorni di apertura alla settimana a soli 3 giorni.

“Siamo qui – dichiarano Mirabelli, Galparoli e Nicoletti – perché, davvero, tanti abitanti di Velate ci hanno contattato per farci fare un sopralluogo ed esprimerci la loro preoccupazione. Sono già state raccolte più di 400 firme contro l’eventuale dimezzamento dei giorni di apertura di questo ufficio postale. Velate, del resto, è situata in una posizione sovrastante rispetto alla città di Varese e ospita una forte concentrazione di anziani. L’ufficio postale, per loro, costituisce un importante punto di riferimento, Già oggi, dopo la chiusura dell’ufficio postale  del Sacro Monte, anche parecchi abitanti del Sacro Monte usufruiscono di questo ufficio. Non bisogna, poi, dimenticare che, a Velate, esiste anche un distaccamento dell’Ospedale, che ha appena chiuso il Cup. Nei giorni in cui, eventualmente, l’ufficio postale fosse chiuso, dove andrebbero le persone che devono pagare il ticket?”.

“Poste italiane Spa – continuano i tre consiglieri – è una società a capitale interamente pubblico che gestisce i servizi postali in una condizione di sostanziale monopolio e che garantisce l’espletamento del servizio universale sulla base di un contratto di programma siglato con lo Stato, in cui la società si impegna a raggiungere determinati obiettivi di qualità, tra cui quelli concernenti l’adeguatezza degli orari di apertura degli sportelli rispetto alle prestazioni richieste. Poste italiane Spa riceve significativi contributi da parte dello Stato nell’ambito della legge di stabilità per consentire agli uffici postali periferici di garantire l’erogazione dei servizi postali essenziali. Ci risulta che contro questo piano di riorganizzazione aziendale, che insegue una logica legata esclusivamente al profitto, aumentando i disagi per la popolazione, siano già state presentate, in forma bipartisan, parecchie interrogazioni in Parlamento, che siano intervenuti i sindacati, che ci sia stata un’apposita delibera dell’Autorità per le Garanzie nella comunicazione, che ci sia stata una mozione approvata dalla Regione Lombardia, che sia scesa in campo la Provincia di Varese, che ci sia stata una vera e propria mobilitazione da parte dei Sindaci del nostro territorio. Il mondo politico, quindi, è unito per evitare che le decisioni assunte da Poste italiane Spa possano arrecare disagi ai cittadini utenti

“Ci auguriamo, pertanto, – concludono i tre consiglieri sempre attenti alle istanze dei varesini – che anche il sindaco di Varese avv. Attilio Fontana, non esiti a schierarsi a fianco degli altri sindaci del territorio che hanno già fatto sentire la loro voce contro un piano di riorganizzazione aziendale che, puntando più su assicurazioni, carte di credito, telefonia mobile e servizi finanziari in genere, non fa altro che sacrificare gli uffici che ritiene “improduttivi” o “diseconomici”, a scapito delle esigenze della collettività”.

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