Galantino, l’immigrazione e il politicamente corretto

''Come cattolico mi sento allontanato dalle dichiarazioni del segretario della Cei''

19 agosto 2015
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Immigrazione

“Costruire condizioni concrete di pace, per quanto concerne i migranti e i rifugiati, significa impegnarsi seriamente a salvaguardare anzitutto il diritto a non emigrare, a vivere cioè in pace e dignità nella propria Patria. Grazie a un’oculata amministrazione locale e nazionale, a un più equo commercio e a una solidale cooperazione
internazionale, ogni Paese deve essere posto in grado di assicurare ai propri abitanti, oltre alla libertà di espressione e di movimento, la possibilità di soddisfare necessità fondamentali quali il cibo, la salute, il lavoro, l’alloggio, l’educazione, la cui frustrazione pone molta gente nella condizione di dover emigrare per forza.

Esiste certamente anche il diritto ad emigrare. Alla base di tale diritto, ricorda il Beato Giovanni XXIII nell’Enciclica Mater et magistra, c’è la destinazione universale dei beni di questo mondo. Spetta ovviamente ai Governi regolare i flussi migratori nel pieno rispetto della dignità delle persone e dei bisogni delle loro famiglie, tenendo conto delle esigenze delle società che accolgono gli immigrati”.

Così recitava una parte dell’intervento di Papa Giovanni Paolo II in occasione della 90esima Giornata mondiale del migrante e del  rifugiato, parole che stridono sia con le sterili polemiche esplose negli ultimi giorni in riferimento alle dichiarazione fatte dal Segretario generale della CEI, mons. Nunzio Galantino, sia con le dichiarazione stesse, dal sapore stucchevole e relativista.

Da cittadino e da cattolico non posso far altro che condividere ed apprezzare il pensiero di Giovanni Paolo II, pensiero che trascende da quell’appiattimento culturale e morale che è il “politically correct” (quello stesso “politically correct” che censura la Preghiera dell’Alpino, che fa togliere il crocifisso nelle scuole, che considera
squadrista chi difende la famiglia naturale…) e va ad analizzare un fenomeno sociale, quello dell’immigrazione, che negli ultimi anni ha influito sul contesto socio-politico del nostro Paese così come su quello dell’intera Europa. Se da sempre l’Italia è una delle mete principale per i flussi migratori provenienti dall’Africa è innegabile che, per cause
differenti, e non ultima l’instabilità delle zone nord-africane a seguito delle cosiddette “primavere arabe”, rivelatesi poi a tutti gli effetti primavere islamiche, il fenomeno migratorio che negli ultimi anni interessa le nostre coste è aumentato esponenzialmente (170.000 sbarchi e oltre 3000 morti nel 2014) fino a trasformarsi, complice il totale disinteressamento dell’Ue e l’inefficienza delle politiche nazionali, in una vera e propria emergenza. Emergenza che non può ridursi a semplificazioni, rispettabili certo, ma relativiste, come quelle fatte da mons. Galantino, semplificazioni che, come detto dall’ex Presidente del Senato Marcello Pera, tanto ricordano la teologia della liberazione.

Come cattolico mi sento allontanato dalle dichiarazioni del Segretario della Cei, dichiarazioni che vanno a dare un’interpretazione ideologica del cristianesimo, ribaltando il dovere all’accoglienza del prossimo in diritto alla pretesa, non credo neppure che l’attenzione verso il prossimo sia sinonimo di assistenzialismo ed incentivo alla
migrazione, con conseguente aumento dei “viaggi della speranza” e immancabili tragedie.
Vera attenzione sarebbe un interessamento nazionale e Comunitario atto allo sviluppo dei Paesi d’origine, così come la predisposizione di un piano d’accoglienza per i profughi (che rappresentano circa il 10% del totale dei migranti) per garantire loro dignità e integrazione parallelamente ad un azione, in collaborazione con i governi nord-africani, atta al blocco delle partenze e al disarmo degli scafisti.

Come cittadino di uno Stato moderno e laico, invece, invoco il dovere che la politica ha verso il Paese, ossia quello della responsabilità, immediata e futura, delle scelte attuate, scelte che non possono essere scisse dell’attuale situazione di crisi economica, contesto che ha portato ad un forte aumento della povertà assoluta e creato tensioni sociali che non devono essere minimamente sottovalutate com’è stato fatto sino ad ora. Le politiche nazionali devo quindi, come detto da Papa Wojtyla, “tener conto delle esigenze delle società che accolgono gli immigrati”, non
farlo sarebbe un pericoloso incentivo alla creazione di tensioni sociali e conseguenti derive estremistiche.

Giacomo Tamborini

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