Da Varese a Pechino per conoscere la cultura dell’Estremo Oriente. L’avventura di Alessandra Riva

Sulle orme di Marco Polo una giovane varesina ha scelto di approfondire la conoscenza della lingua cinese in Estremo Oriente

24 febbraio 2016
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In Cina per scoprire una cultura millenaria, tra le più distanti dalla nostra. Ma quando ci si mette impegno e studio le distanze si accorciano.

Questa la storia di Alessandra Riva, una giovane studentessa varesina che ha compiuto 24 anni ad ottobre: diplomata al Liceo Manzoni e impegnata politicamente nei Giovani democratici, la ragazza si è appena laureata con 110 e lode in Scienze Linguistiche all’Università Cattolica di Milano. Ora l’attende un’avventura che la porterà esattamente dall’altra parte del globo, a Pechino, popolosa e straordinaria capitale della Cina.

Sin dall’iscrizione al primo anno di università, infatti, Alessandra ha deciso di studiare il cinese. Una scelta per nulla scontata, tenendo conto della difficoltà di affrontare una lingua completamente e concettualmente diversa dalla nostra, con un altro alfabeto. Come imparare a parlare e scrivere di nuovo, in quella che comunque è la lingua più parlata al mondo per ovvie ragioni demografiche del Gigante d’Oriente.

Ammaliata dall’imponenza della sfida e soprattutto da una viscerale passione per la cultura cinese,  oggi la giovane varesina ha raggiunto il suo traguardo.
Lunedì la cerimonia di laurea tra amici e parenti: il tempo di festeggiare e poi via, direzione Pechino, per approfondire la lingua cinese nella locale università dove si tratterrà fino a luglio.

“Studiare le lingue è già qualcosa per cui occorre essere portati – racconta Alessandra – perché non è facile. Con il cinese occorre un impegno ancora maggiore”.

Un’avventura accademica del genere non si limita all’aspetto teorico,  ma comprende anche una buona dose di “lavoro sul campo”, perché una lingua la puoi imparare veramente solo applicandola ogni giorno.

Da qui nasce la prima esperienza in Estremo Oriente, per qualche mese nel 2014.

“Il viaggio ti cambia sempre, ti arricchisce tantissimo – aggiunge Alessandra – andare in un Paese così lontano ti mette alla prova. Il primo impatto è difficile. I cinesi hanno una mentalità molto chiusa, sono gelosi della loro cultura e della loro storia millenaria. Inoltre, per chi non conosce la lingua, è impossibile comunicare al di fuori del campus universitario, che è un mondo a sé stante. Nelle strade di Pechino la gente comune non parlare l’inglese, bensì solo la lingua locale”.

Passo dopo passo, comunicare non è più stato problema per Alessandra, inserita infatti in un corso avanzato dove si parla solo in cinese, senza l’inglese come “ponte” tra morfosintassi, grafie, fonetiche e vocaboli del tutto diversi da quelli neolatini.
“Studiare gli ideogrammi è molto difficile, rappresentano un sistema mentale diverso rispetto al nostro alfabeto” aggiunge la giovane varesina.

Oggi, però, il cinese non rappresenta più solo qualcosa di “esotico”, bensì costituisce anche un’arma dalle innumerevoli potenzialità per il mondo del lavoro. “Quando l’ho scelto come lingua all’inizio del percorso di studi accademico, l’ho fatto perché mi affascinava poter raggiungere un mondo così diverso dal nostro. Ma anche perché già allora l’economia cinese era in espansione, e quindi potevo unire la mia passione alla possibilità di trovare strade lavorative interessanti per il futuro”.

La vita nel campus universitario di Pechino è scandita da ritmi precisi: da lunedì a venerdì intere mattinate e pomeriggi di lezioni intensive. “Gli insegnanti ti mettono sotto pressione, ti fanno interagire molto”. Quindi lo svago del fine settimana. Ma anche in queste attività che uniscono i giovani di ogni parte del globo i cinesi sono meno “scatenati” degli europei. “Mi viene in mente la discoteca, alcuni tavoli dove loro sono seduti e mangiano caramelle. Oppure le ragazze, ad esempio, sono molto meno libere che da noi. Per loro uscire la sera non è una consuetudine”.
E poi, ovviamente, internet offre meno opportunità rispetto a quelle pressoché infinite di un paese occidentale. Facebook è sottoposto a censura, ma qualcuno si può collegare con un’applicazione che segna come luogo di connessione un altro Paese. Esistono altri social network, realizzati apposta per gli utenti cinesi.
Una minore libertà, dunque, con i suoi innegabili aspetti negativi magari particolarmente difficili per chi ha sempre vissuto in uno Stato democratico, porta però in dote anche la quasi totale inesistenza della criminalità per strada.

La censura, sottolinea Alessandra, viene vissuta male dai giovani cinesi, che sentono un sempre maggior bisogno di libertà di esprimersi.

Nel suo precedente viaggio ha avuto modo di visitare, oltre a Pechino, anche Shanghai e ovviamente alcuni tratti della Muraglia cinese.

La nazionalità più diffusa tra gli studenti, oltre ai cinesi, è quella degli indonesiani e dei coreani.

Ma anche gli italiani sono una presenza cospicua.

E la Cina diventa sempre più vicina.

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