Cortisonici sulla scia dei fratelli Castiglioni

Dopo l'aperitivo di martedì, giovedì sera spazio ad Addio ultima Africa dedicato agli esploratori varesini

30 marzo 2016
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cortisonici

Dal 29 marzo al 2 aprile ci sarà Cortisonici, Festival Internazionale di Cortometraggi. Internazionale perché i corti in concorso sono corti che vengono da tutto il mondo. Ecco perché abbiamo messo Internazionale.

L’anno scorsoc’era la formula sei nazioni. Che era una formula che non vinceva il singolo cortometraggio, vinceva la nazione. E c’erano sei nazioni e tre cortometraggi per ogni nazione. E noi pensavo che anche quest’anno avremmo fatto così, che era una formula che aveva funzionato e che era divertente. Poi dopo di corti ne sono arrivati talmente tanti e talmente belli che non siamo mica riusciti. Che le nazioni sono diventate troppe e non avremmo finito
più. E infatti i corti quest’anno sono di più, sono 25. E le nazioni, ecco, le nazioni non lo so, dovrei contarle.
Comunque tante. E allora niente sei nazioni quest’anno, facciamo come abbiamo sempre fatto.
Anche per i biglietti di ingresso facciamo come abbiamo sempre fatto. Biglietti di ingresso non ce ne sono, non si paga niente. Basta che vieni e sei a posto. E non solo per il concorso, ma per tutto. Per tutti gli eventi del Festival. Che non c’è solo il concorso. Il concorso è un pezzo.
C’è il concerto di apertura che viene a suonare Mauro Ermanno Giovanardi.
C’è la Jappo Night, con i film d’animazione giapponese e l’introduzione di Antonio Serra. Film inediti, che ancora in Italia non sono usciti, e che quando li abbiamo visti abbiamo detto, Ma come mai non sono ancora usciti due film così? Non possiamo farli noi? E allora li facciamo noi.

C’è la sezione inferno, di notte, dove si proiettano delle cose talmente irregolari e difettose ed estreme che, anche lì, se non le vedi all’Inferno è facile che non le vedi da nessun altra parte, secondo me. E dentro all’Inferno, in una di quelle notti lì, c’è un omaggio ai fratelli Castiglioni, che hanno fatto un tipo di cinema che se non sai che tipo di cinema è non posso spiegartelo adesso, ti devi fidare, ma è un tipo di cinema che dopo che l’hai visto non te lo dimentichi più.
E insieme a queste cose qua ce ne sono delle altre che adesso non metto, perché una presentazione è una cosa che non può andare troppo per le lunghe, che altrimenti nessuno arriva in fondo, e allora tanto vale.
Aggiungo solo che poi dopo, dopo alla fine di tutto, c’è la festa finale. E la festa finale è una di quelle cose che, bisogna dirlo, viene sempre troppa gente, e io tutte le volte dico “c’è troppa gente, come facciamo?” E invece non lo so come facciamo, ma in qualche modo facciamo. E andare via, non va mai via nessuno. E divertirsi, si divertono sempre tutti.
Che adesso, io, se devo dire, non credo che sia merito nostro, merito dell’organizzazione. Perché, cosa vuoi, una festa è testa matta, fa quello che vuole lei, però è così. Sarà il concerto, magari. O i registi coreani. C’è sempre qualche regista coreano. Chi lo sa.
Cortisonici, Festival Internazionale di Cortometraggi. Dal 29 marzo al 2 aprile. A Varese.
Ma non Varese Ligure, Varese questa qua. Varese la città giardino. Che poi, giardino, ma insomma, era per capirci. Per i Dove, i Quando e i Cosa c’è la sezione Programma del sito. Lì trovi tutto.
Ah, due giorni prima, il 27, tirano avanti l’ora. Occhio, che se arrivi un’ora dopo non trovi più posto, secondo me.

Matteo Angaroni per Ass. Cortisonici

 

Intanto, dopo l’apertura di ieri sera con il concerto di Mauro Ermanno Giovanardi, domani giovedì 31 marzo sarà la volta dell’omaggio ai fratelli Castiglioni con “Addio ultima Africa – inferno special” alle ore 23 presso la Coopuf di via De Cristoforis.

Antropologi, archeologi ed etnologi, i gemelli Angelo e Alfredo Castiglioni (classe 1937) dopo
gli studi, alla fine degli anni Cinquanta, hanno iniziato ad esplorare il cosiddetto Continente
nero. Un vero amore, quello per l’Africa, perché da un primo viaggio, nel 1956, su quel suolo
hanno passato gran parte della loro vita tra studi, esplorazioni e “semplice” passione. La
scoperta di luoghi del passato, popolazioni autoctone e cimeli hanno permesso di arricchire la
loro competenza e di far conoscere al mondo intero (e in primis a noi italiani) un’Africa che già
allora stava mutando rapidamente. Le mille tribù, le loro abitudini: un mondo a noi ignoto che
i fratelli Castiglioni ci hanno fatto scoprire e comprendere attraverso cinque film realizzati tra
il 1969 e il 1982 (“Africa segreta”, “Africa Ama”, “Magia Nuda”, “Addio Ultimo uomo” e “Africa
dolce e selvaggia”). Un cinema di genere documentaristico, il loro, che venne realizzato
secondo i dettami di quegli anni e inseguendo un certo sensazionalismo talvolta stucchevole,
ma all’epoca essenziale ai fini commerciali (“Mondo cane” di Gualtero Jacopetti, in questo
senso, aveva aperto una strada che i produttori inseguirono). Nelle cinque pellicole sono
mostrati senza alcuna censura usi e costumi di popolazioni indigene, principalmente africane:
un mondo rimasto quasi primitivo e per i nostri occhi quantomeno sorprendente. L’Africa nera
raccontata dai fratelli Castiglioni, bisogna dirlo, è un pugno allo stomaco, ma lo è solo per noi
“civilizzati” e inariditi nel nostro conformismo. Ci farà forse un po’ sorridere vedere delle
capanne costruite con mattoni di sterco e, più facilmente, inorridire di fronte agli usi
alimentari di alcune tribù; alle scarnificazioni ornamentali sui loro corpi (mutando spesso i loro già marcati tratti negroidi); alla selvaggia caccia per sostentamento e ai numerosissimi riti
violenti (circoncisioni, infibulazioni, limatura dei denti a scopo decorativo, anelli conficcati nel
corpo) in nome di credenze popolari o, più semplicemente, frutto dell’ignoranza. Ne “Addio
ultimo uomo” (1978) venne mostrata in tutta la sua raccapricciante trivialità un’evirazione, un
fatto che fece discutere sulla veridicità della scena i giornali dell’epoca. Tra le tante immagini
shock viste nei loro film rimarrà (forse) negli annali quella di un elefante martoriato e poi
abbattuto con delle lunghe lance da una tribù di cacciatori. Lo hanno fatto per fame, per
necessità, per contendersi un lembo di carne, ma vedere quel gruppo di uomini nudi e supini
tra le maleodoranti viscere del pachiderma smembrato è e sarà, volente o dolente, un
emblema del loro cinema. In tutto questo campionario degli orrori c’è però il rovescio della
medaglia: la poesia di un villaggio al tramonto africano, la statuaria bellezza dell’uomo che
danza nella sua intatta natura, una vita di stenti ma dignitosa. L’epilogo è però di quelli tristi
perché su quell’Africa è calato ormai il sipario e, prima della definitiva estinzione, Angelo e
Alfredo ce l’hanno fatta guardare per l’ultima volta. (®Markus, 2016).

 

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